Festival Missione: allo Youth Village le esperienze dei giovani

Ilaria de Bonis, giornalista di Popoli e Missione, ci racconta storie e volti dello Youth Village


Pubblicato il 15 Ottobre 2017
Festival Missione: allo Youth Village le esperienze dei giovani
“Quando sono partito volevo comprendere meglio me stesso, avevo difficoltà a capire quello che provavo, cercavo qualcosa dentro di me”.
In missione ha scoperto che gli era necessario svuotarsi per cercare se stesso nelle persone che incontrava.
E' l'esperienza di Davide, 22 anni, di Belluno, uno dei ragazzi tornati "trasformati" dall'esperienza estiva in missione. Le loro sono storie di introspezione, cammino di consapevolezza, scoperta della diversità, formazione alla vita.
“Discutendo ogni sera con i miei compagni, sentendomi sostenuto e sostendendo gli altri, ho iniziato a fare chiarezza”, racconta ancora Davide che è stato in Tanzania.
Difficile immaginare quanto l'Africa o l'America latina, il contatto con i missionari, le storie e i volti di altri coetanei, possano incidere a fondo, scavando nell'anima di questi giovanissimi.
Eppure succede: andando in Tanzania, come hanno fatto Davide o Valentina, in Brasile, Guatemala o Mozambico, si ritorna accompagnati da una tensione interiore che non molla la presa.
Lo hanno raccontato loro stessi stamani, agli altri ragazzi provenienti dalle diocesi di tutta Italia, e confluiti allo Youth Village di Missio Giovani, durante il festival.
“Il mio viaggio in realtà è iniziato il 22 agosto quando sono atterrata in Italia - svela Valentina che viene da Parma - di ritorno dalla missione ho iniziato a buttare fuori tutta l'Africa che ho ricevuto. I miei compagni di viaggio hanno reso unica questa esperienza”
Dice ancora Valentina: “sentivo una sorta di responsabilità da parte nostra di essere bianchi. Sentivo che dipendeva anche da me fare la differenza. Questo viaggio è capitato al momento giusto: mi chiedevo Signore dove abiti?”.
Le risposte non sono arrivate, ma in compenso è arrivato un desiderio di raccontare agli altri tutto quello che aveva vissuto, soffermandosi sui dettagli. Sui nomi, sulle facce, sulle persone. E così l'Africa non è più un'entità astratta.
Qualcuno è partito spinto da un'urgenza che non aveva nome, in altri casi i ragazzi sono partiti sapendo cosa cercare, in altri ancora avevano solo il desiderio forte di conoscere se stessi e altre culture. Ma quasi mai sono ritornati identici a come erano partiti.
“Prima di andare avevo sentito parlare del mal d'Africa - dice Alessandra di Ischia, anche lei di ritorno dalla Tanzania - e avevo aspettative su quanto dovesse essere piena e bella l'Africa, le persone e i paesaggi”.
Poi ha scoperto la diversità che in parte può anche deludere: “non sempre dici che il diverso è bello però ti diventa famigliare e quando torni a casa, è quel famigliare che ti manca”. Ecco cos'è il mal d'Africa: la nostalgia di delle persone.
Per Anita, che è stata invece in Guatemala e Salvador, ci sono stati tre momenti molto forti. Uno dei quali proprio a città del Guatemala, quando ha incontrato i ragazzi di strada.
“Erano anche molto piccoli, c'erano bambini di 9 anni - racconta - e sembravano condannati ad una vita di disperazione. Mi sentivo inutile e impotente”. Poi racconta: “pur nella loro povertà, quelle persone incontrate in missione mi hanno fatto capire il significato della parola dono e accoglienza””.

Ilaria de bonis



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