Il Festival entra in carcere, perché?

Si è svolto ieri nella Casa di reclusione di Verzano, in provincia di Brescia, uno degli incontri più toccanti tra quelli previsti nel ricco programma di avvicinamento al Festival della Missione.


Pubblicato il 10 Ottobre 2017
Il Festival entra in carcere, perch?
Si è svolto ieri nella Casa di reclusione di Verzano, in provincia di Brescia, uno degli incontri più toccanti tra quelli previsti nel ricco programma di avvicinamento al Festival della Missione. Grazie alla collaborazione con Apac (Associazione protezione assistenza carcerati), progetto che propone un metodo innovativo per una effettiva riabilitazione dei detenuti, una cinquantina di persone (tra detenuti e operatori dell'istituto) hanno potuto in qualche modo diventare essi stessi partecipanti al Festival che prende il via ufficiale giovedì pomeriggio.
Le foto di Marina Lorusso, che ha vissuto un’esperienza in un carcere Apac in Brasile, hanno creato il contesto per un momento emotivamente molto forte. Le circa 20 immagini  raffigurano volti o dettagli (i dettagli sempre in bianco e nero): mani che spuntano fuori dalle sbarre, manette appese, mani che trattengono le chiavi del carcere, a cui si aggiungono due fotografie a colori, prive di persone, che hanno come soggetti delle frasi forti e significative scritte sui muri del carcere Apac: «Dall'amore nessuno fugge» e «Qui entra l'uomo, il reato resta fuori».
Abbiamo chiesto a padre Giorgio Padovan, comboniano, con una lunga esperienza di missione nella realtà carceraria di Itauna (Brasile), intervenuto ieri insieme a Marina Lorusso, di spiegarci il senso di un evento di questo tipo nel contesto del Festival: «La missione nasce e cresce nelle periferie, tra gli ultimi e poveri, tra gli esclusi. Missione è uscire, incontrare, ascoltare, dialogare e condividere la passione per la vita, la pace, la giustizia. Ecco allora il gesto iniziale ce abbiamo fatto di salutarci ed accoglierci con una calorosa stretta di mano».
L' Apac è un'esperienza innovativa di recupero e riabilitazione dei detenuti. «Nel carcere in cui mi trovavo io - racconta padre Giorgio - non c'erano guardie né armi e le chiavi erano nelle mani dei detenuti. Un luogo dove ci si sente persone, accolte, amate, valorizzate. Attraverso l'amore, la responsabilità e il supporto di volontari e famiglie  si riesce a cambiare le persone e il mondo».
Concludendo il suo intervento, padre Giorgio ha lanciato una sfida ai detenuti e a tutti i presenti: «Essere missionari di riconciliazione e di vita dentro e fuori dal carcere». Una delle persone presenti ha commentato commossa: «Ci sono sbarre che non si vedono, non sono di acciaio, non ci sono guardie a sorvegliarle, ma esistono. Sono le sbarre che abbiamo nel cuore, che ci separano dagli altri, che determinano divisioni, sofferenze, lontananze. Sono sbarre da superare e oggi con questi fratelli e sorelle carcerati ci siamo confrontati e interrogati. Dentro e fuori sono meramente categorie descrittive: ma tutti - dentro e fuori - viviamo la fatica e la bellezza di essere cercatori di felicità».
Allora non solo mission is possible, ma forse anche un carcere diverso diventa possibile.


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