La missione ad gentes è ancora agli inizi

Anticipiamo alcuni passaggi dell'intervento che padre Stefano Camerlengo, superiore generale dei Missionari della Consolata, terrà a Brescia questa mattina, nella tavola rotonda di apertura del Festival della Missione, sul tema "Quale futuro per la missione ad gentes?"


Pubblicato il 12 Ottobre 2017
La missione ad gentes  ancora agli inizi
La missione patisce oggi violenza! Guardando la realtà che ci circonda e gli interessi che assorbono la maggioranza delle persone, ci accorgiamo che la fede è in crisi. L’entusiasmo per le missioni, fortissimo qualche decina di anni fa, sembra sparito. Sempre meno sono coloro che fanno del comando di Gesù, «Andate, fate discepoli tra tutte le nazioni e battezzateli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo», (Mt 28,19) l’ideale della loro vita.
La missione patisce violenza! Alcuni la rifiutano, non la capiscono. Altri la legano a momenti coloniali da superare. A volte, una non corretta teologia delle religioni pone il problema del perché annunciare Cristo in un contesto culturale ancestrale che ha sempre vissuto senza di lui. La paura del martirio, dell’impegno ad vitam, delle difficoltà varie che si incontrano, allontana la missione dall’orizzonte delle proprie scelte.
La missione ad gentes, in particolare, sembra in fase di rallentamento, non certo in linea con le indicazioni del Concilio e del magistero successivo. Difficoltà interne ed esterne hanno indebolito lo slancio missionario della Chiesa verso i non cristiani ed è un fatto, questo, che deve preoccupare tutti i credenti in Cristo. Nella storia della Chiesa, infatti, lo stimolo missionario è sempre stato segno di vitalità, come la sua diminuzione segno di una crisi di fede.
Eppure... «la missione rinnova la Chiesa, rinvigorisce la fede e l’identità cristiana, dà nuovo entusiasmo e nuove motivazioni» (Redemptoris Missio, 2). Come scrive il biblista Bruno Maggioni, «il Vangelo rimane vivo, fresco, nuovo, se si annunzia; muore se si rinchiude. Qualsiasi comunità deve aprirsi alla missione, se vuole respirare. Se questo non avviene, non è perché ci mancano le idee o i progetti o i mezzi e l’organizzazione ma è perché ci manca l’anima. Abbiamo bisogno di slancio e dunque di conversione e di una robusta iniezione di spiritualità» (B. Maggioni, “Perché la missione rinnovi, la Chiesa”, in Popoli e Missioni Dirigenti, Roma 1995).
Ci domandiamo allora: quando ci abitueremo a considerare il “mondo che cambia” un’opportunità per l’evangelizzazione? Annunciare il Vangelo nel nostro mondo che cambia non è semplicemente un dovere da svolgere faticosamente, con rassegnazione, pensando solo che il passato era migliore. Proviamo invece a scoprire che questo nostro mondo che muta ci consente di trovare, in modo nuovo, la freschezza del Vangelo. Forse Paolo direbbe: «Sono in debito verso il mondo che cambia!».
Fare memoria della missione è il cammino sicuro per riscoprire la Chiesa, la sua identità, la nostra vocazione. Strada che dobbiamo percorrere per uscire dalla crisi d’ideali, di gratuità, di servizio al prossimo. Padre David Maria Turoldo ci farebbe sognare così: «Manda Signore, ancora profeti, uomini e donne certi di Dio, uomini e donne dal cuore in fiamme. E tu a parlare dai loro roveti sulle macerie delle nostre parole, dentro il deserto dei templi: a dire ai poveri di sperare ancora. Che siano ancora tua voce, voce di Dio dentro la folgore, voce di Dio che schianta la pietra».
Avanti con coraggio, allora, perché la missione ad gentes è ancora agli inizi!


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