È l’ora della vita
Un racconto che ci accompagna dentro la Casa Circondariale “Petrusa” di Agrigento, al momento conclusivo del progetto di giustizia riparativa del Festival della Missione. La dolcezza della primavera e la presa di coscienza di sé segnano il passo di una nuova rinascita.
L'arrivo della primavera non è passato inosservato. I volti abbronzati e gli abiti più leggeri fanno spazio ai raggi di sole, ben oltre le fredde sbarre. Ma a tracciare la stagione sono i sorrisi delle donne del carcere di Agrigento, che già da qualche mese hanno deciso di partecipare al progetto di giustizia riparativa. Un piccolo nucleo, cresciuto nel corso delle settimane, fino a diventare un piccolo vezzo tra i corridoi. «Posso partecipare pure io», chiede una di loro, poco prima di un incontro, e poi un'altra e un'altra ancora.
È un gruppo coeso, che ha preso forma, attraverso l'ascolto e il confronto, che spesso nei ritagli carcerari è complicato da raggiungere. Si guardano negli occhi, ed è consueto intercettare lo stupore nel loro viso, ascoltando aspetti inediti delle loro compagne. Racconti sintetizzati in un orologio, disegnato su dei semplici fogli bianchi e accompagnato da poche parole, con l'orario in cui individualmente hanno "interrotto" la loro vita. Il timing scelto individualmente per raccontare un pezzo di se stesse. Uno di questi ha le sembianze dell'oggetto da 'taschino, un'altro ancora ricalca i display di certe radiosveglie, la maggior parte sono la replica degli orologi 'da ufficio pubblico': tondo, grande ed analogico. «Qua si ferma la mia vita», si legge in uno di questi, che segna le 12.15, «il momento esatto in cui sono stata salvata», dice l'autrice del disegno, precisando che il salvataggio non è nient'altro che il suo arresto.
Orari così precisi da sembrare usciti da uno dei tanti verbali dell'autorità giudiziaria, che corrispondono ai ricordi di ognuna di loro. «Mi sono arrestata», si legge in un altro del foglio, di fianco a una data autunnale, alle otto in punto. Momenti nitidi, da ricordare, ma soprattutto da capire, da 'smorfiare'. «Preferisco la galera, anzichè stare in quelle condizioni», racconta una di loro, rievocando un'ultima fase di vita, prima del suo arresto. Così la presa di coscienza diventa il motore per dare un nuovo significato a se stessi. Uno step quasi naturale, cui stiamo assistendo con cadenza regolare.







