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Dal Concilio di Nicea alla Svezia di oggi: il dialogo come missione quotidiana

23 Gennaio 2025
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Quest’anno si celebrano i 1700 anni dal Concilio di Nicea, il primo concilio ecumenico della storia, in cui tutta la Chiesa si riunì per confrontarsi. Era il segno di un cristianesimo capace di superare i confini, unito nella diversità. Ma cosa significa oggi quell’unità? È possibile ritrovarla in un mondo frammentato e secolarizzato? Don Cristiano Bettega, referente del Servizio Ecumenismo e Dialogo Interreligioso della diocesi di Trento, è convinto di sì: «Ritornare a quell’esperienza è possibile, e lo vediamo nell’esempio di chi, ogni giorno, vive concretamente il dialogo ecumenico e interreligioso». Un esempio di questa unità vissuta arriva da tre consacrate del focolare di Stoccolma, in Svezia, raccontato nell’ultimo appuntamento dei Lunedì della Missione, incontri di informazione e riflessione su tematiche missionarie e dal mondo, promossi da Centri missionari delle Diocesi di Padova, Concordia-Pordenone, Trento, Treviso e Vicenza, insieme ai Missionari Severiani, ai Missionari comboniani e Medici con l’Africa Cuamm (qui, si può riguardare la puntata).

La Svezia: una terra di missione nel cuore d’Europa
La Svezia, con uno dei tassi di credenti più bassi al mondo, è una terra dove la secolarizzazione ha trasformato profondamente la società. In questa cornice si intrecciano le vite di Lucia Moser “Maria Luce”, Margareta Emrén e Lidia Fioravanti, tre donne che ogni giorno testimoniano la forza del dialogo e della convivenza, nonostante le differenze culturali e religiose. Lucia, in Svezia da otto anni, racconta: «Noi viviamo l’ecumenismo ogni giorno in casa. Io sono della Chiesa cattolica, Margareta della Chiesa luterana evangelica svedese. Ci sosteniamo nella fede e scopriamo le ricchezze l’una dell’altra». In Svezia, i cristiani sono divisi in parti quasi uguali tra cattolici e luterani. Ma ciò che unisce, spiega Lucia, è il desiderio di testimoniare un Cristo che è uno, non diviso. «Le questioni dogmatiche sono importanti, ma appartengono agli ‘addetti ai lavori’ – riflette don Cristiano –. Per chi vive la missione quotidiana, ciò che conta è vivere il Vangelo insieme».

Le migrazioni e l’apertura al dialogo
Negli anni ’80, racconta Margareta, «c’era un clima ostile alla fede in Svezia». Oggi, le ondate migratorie hanno cambiato il volto del Paese, portando con sé nuove tradizioni e culture, come quella musulmana. Lidia ricorda l’incontro con una moschea locale: «Ci hanno accolto con tanta generosità. È un lavoro di costruzione di relazioni nell’orizzonte della fraternità universale». In un’Europa che si scopre sempre più terra di missione, queste esperienze dimostrano come il dialogo sia possibile e necessario.

Creare spazi di bellezza condivisa
Lidia riassume così il segreto della missione: «Bisogna creare spazi dove sia bello stare e dove si possa scoprire il bello dell’altro». È questa la chiave per costruire ponti tra comunità diverse, anche nei contesti apparentemente più difficili.
I Lunedì della Missione ci ricordano che la missione non è qualcosa di lontano, ma un cammino quotidiano. L’esperienza del focolare di Stoccolma è un esempio di come la fraternità e il dialogo possano essere vissuti concretamente, trasformando la diversità in ricchezza. Nell’anno in cui si celebrano i 1700 anni dal Concilio di Nicea, storie come questa ci invitano a guardare al futuro con speranza, costruendo un’unità che non annulla le differenze, ma le abbraccia. È il “Volto Prossimo” che questa edizione del Festival ci invita a scoprire: un volto che riflette l’altro, vicino o lontano, e che ci chiama a un incontro autentico.

La redazione