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Il grido del Congo e la responsabilità internazionale

06 Febbraio 2025
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La tragica situazione all’Est della Repubblica Democratica del Congo (RDC), che stiamo accompagnando con particolare attenzione, purtroppo, non è l’unico conflitto brutale e persistente che quotidianamente provoca vittime e genera una crescente massa di sfollati nel continente africano. Il Sudan, il Sud Sudan, il Mozambico, la Somalia, l’Etiopia, la Libia e altri paesi sono anch’essi teatro di drammi simili. La maggior parte di questi conflitti affonda le sue radici in cause storiche e profonde, che si perpetuano, rivelando l’incapacità di questi Stati e degli attori internazionali di avviare processi di pace che possano realmente cambiare il corso degli eventi.

Definire frequentemente questi conflitti come "guerre civili", limitati ai confini nazionali e non tra Stati, facilita l'inazione degli organismi internazionali. Il principio di non intervento nelle questioni che rientrano nella competenza interna di uno Stato (articolo 2.7 della Carta delle Nazioni Unite) viene talvolta (abusivamente) invocato come giustificazione per evitare un coinvolgimento diretto. Forse, è anche un modo per non rivelare l’esistenza di Stati terzi che, in un modo o nell’altro, potrebbero trarre beneficio dall’andamento di questi conflitti.

Il discorso della Ministra Thérèse Kayikwamba Wagner, Ministro degli Affari Esteri della Repubblica Democratica del Congo (RDC), pronunciato lo scorso 29 gennaio durante una seduta del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, manifesta una certa delusione nei confronti della comunità internazionale e del funzionamento degli organismi internazionali. Pur senza entrare nel merito delle sue dichiarazioni (non avrei gli elementi necessari per una profonda analisi sulle sue affermazioni e accuse), le provocazioni rivolte al sistema ONU e al Consiglio di Sicurezza offrono spunti di riflessione interessanti sul modo in cui l’ordine internazionale affronta questi conflitti (Le citazioni tra virgolette sono estratti dal discorso della ministra).


Per rispondere a una necessità didattico-metodologica, ne scelgo tre:

  1. L’inerzia del Consiglio di Sicurezza: In questo periodo sembra diffondersi un sentimento generale di sfiducia nell’efficacia dell’ONU e di altre organizzazioni simili. La situazione della RDC ci impone una riflessione. La ministra, nel suo discorso, sottolinea come, nonostante il riconoscimento internazionale dell'aggressione ruandese, il Consiglio di Sicurezza continui a restare inerte, senza adottare misure concrete per fermare il conflitto. La difficoltà nel prendere decisioni incisive è legata, quasi sempre, alla necessità di conciliare interessi geopolitici contrastanti tra i membri permanenti.

“Fino a quando il Rwanda continuerà a abusare del vostro rispetto e della vostra autorità? Quale strumento internazionale deve ancora violare affinché questo Consiglio prenda finalmente le misure necessarie contro Kigali? Dalla Carta delle Nazioni Unite al diritto internazionale umanitario, ai diritti umani, passando per i processi di pace di Luanda e di Nairobi, il Rwanda ha dimostrato che le vostre dichiarazioni non gli importano. Il cessate il fuoco del 4 agosto 2024 non è stato che una chimera per lui, e ha continuato a ignorare i vostri avvertimenti del 26 gennaio, arrivando a bombardare ospedali e case nella città di Goma”.

L’inazione diventa ancora più grave di fronte all’evidente aggravarsi della situazione umanitaria a Goma, con la popolazione civile intrappolata e priva di beni essenziali. La comunità internazionale viene accusata di reagire con eccessiva lentezza, di ignorare la sofferenza finché la crisi non diventa ingestibile o di non saperla prevenire quando è ormai troppo tardi.

“Nelle ultime 24 ore, oltre 100 feriti sono stati accolti nei centri sanitari del Comitato Internazionale della Croce Rossa, e la situazione umanitaria continua a peggiorare con oltre 500.000 nuovi sfollati nelle province del Nord-Kivu e del Sud-Kivu, solo per il mese di gennaio”.

La guerra in Sudan è stata definita più volte negli ultimi giorni come la "crisi umanitaria più grave del pianeta", eppure, nonostante queste dichiarazioni, l'Africa non vede un impegno internazionale concreto per gestire questa emergenza. Anche di fronte alla devastazione di Gaza e alla morte di 70.000 palestinesi, il diritto umanitario è stato palesemente ignorato, senza che vi fosse un intervento decisivo. La ministra, però, non si rassegna e alza la voce per dire quello che tutti hanno a cuore:

“Le vite dei civili non devono essere appese alla macchina dei politici che osservano senza agire. Esigiamo azioni”.

E con coraggio afferma:

“Se questo Consiglio non sanziona, la storia segnerà questo periodo come l'epoca dell'impotenza e dell'indifferenza del Consiglio di Sicurezza. Il diritto di riscatto di questo Consiglio in questa crisi non risiede altrove se non in azioni immediate”.

Come spiegare l’attuale caos alle famiglie congolesi che, dal 1960 con l’arrivo dell’ONUC, poi nel 1999 con la MONUC, trasformata nel 2010 in MONUSCO, continuano a vivere tra attacchi, morti e il dramma dello sfollamento? Non spetta certo alla popolazione analizzare accordi, missioni o articoli di diritto internazionale. Ciò che conta per chi vive quotidianamente l’insicurezza è che questi interventi portino risultati concreti: almeno la possibilità di una vita senza la paura che un gruppo armato lo costringa (nella migliore delle ipotesi) ad abbandonare casa e villaggio. Ma fino ad oggi, questo non è accaduto.

  1. La marginalizzazione delle voci africane (e non solo): Il testo rivela un altro sentimento nei confronti degli organismi internazionali: il peso geopolitico determina l'attenzione ricevuta. La ministra ci fa capire che, forse, se le denunce provenissero da Stati più influenti a livello globale, la risposta sarebbe probabilmente più rapida e incisiva. Anche quando numerosi Paesi condividono la stessa posizione, se non hanno un peso geopolitico significativo, questo non porta automaticamente a decisioni concrete. È frustrante per qualunque Stato leggere nell'articolo 2, paragrafo 1, della Carta delle Nazioni Unite: 'L'Organizzazione è fondata sul principio della sovrana uguaglianza di tutti i suoi Membri'. Gli Stati non sono uguali: differiscono per dimensioni, popolazione, potere militare, politico ed economico. Ma, parafrasando un pensiero di Hannah Arendt sull'uomo, dovrebbe essere funzione del diritto renderli uguali. Tuttavia, la struttura giuridica dell'ONU smentisce questa aspirazione.

“Non è una prova sufficiente per voi, che ogni volta che viene convocata una riunione di questo Consiglio, la lista degli oratori è piena di paesi africani e di altri luoghi che cercano di spingervi ad agire? Domenica, erano il Sudafrica, il Burundi, l'Uruguay. Oggi, siamo di nuovo raggiunti, in uno spirito di solidarietà, dai nostri fratelli e sorelle dell'Angola, del Sudafrica, dell'Uruguay, del Guatemala, dello Zimbabwe, del Senegal e del Burundi. Tutti hanno risposto. Perché l'umanità è in gioco. Tutti sono venuti a vedere cosa farete. A quale soglia di catastrofe umanitaria e di violazioni evidenti del nostro territorio dovrete finalmente agire per sanzionare i responsabili del M23, gli ufficiali rwandesi e i loro complici?”.

La ministra, per attirare l'attenzione sulla situazione del suo Paese, si sente nell'obbligo di citare le vittime internazionali, come se facendo ciò avrebbe ricevuto maggiore attenzione:

“Le vittime non sono più solo congolesi. Il Rwanda ha colpito l'Africa e l'America Latina uccidendo soldati sudafricani, malawiti e uruguaiani venuti a proteggere i civili. Ha colpito questo Consiglio uccidendo caschi blu della Monusco”.

Lo fa come se i più di 6 milioni di morti negli ultimi trent'anni non fossero sufficienti per svegliare qualsiasi potenza ad agire, a studiare il conflitto e a metterlo sotto la luce di una seria riflessione regionale e internazionale. Tantissimi Paesi si sentono emarginati dal sistema internazionale. Per usare un'immagine africana: sono ragazzi adolescenti che, senza l'iniziazione, non possono partecipare alle discussioni sotto l'albero delle “palabres”. Unico problema: non abbiamo nessun cambiamento previsto a breve termine.

  1. La guerra non ha frontiere: La ministra ci offre una profonda immagine della guerra quando dice: "Una guerra non conosce confini, è sporca, consuma tutto ciò che incontra, i forti come i deboli". Due volte la ministra ci ricorda che la guerra non rispetta le frontiere; all'inizio del testo aveva già detto: "(…) sappiamo quanto la guerra superi tutte le frontiere". Con tantissimi conflitti che vediamo intorno a noi, possiamo affermare con certezza che la guerra non è mai un problema di un solo Paese, ma tocca tutta l'umanità. "Un proiettile che colpisce il cuore non può lasciare indifferente il resto del corpo".
    Il suo discorso è un richiamo che va oltre il semplice ricordo del principio di umanità che illumina tutto il diritto internazionale umanitario, ma sottolinea anche il principio solidaristico delle relazioni internazionali:

“Siamo un paese africano sotto attacco, ma questo attacco supera i nostri confini. È un attacco contro il multilateralismo, contro i principi stessi delle Nazioni Unite, contro ciascuno di noi. Lasciare che questa crisi si incancrenisca sotto il pretesto che si tratti di un problema africano, che necessita di una soluzione africana, equivale a tradire lo spirito di solidarietà internazionale che fonda questa organizzazione e lo spirito di responsabilità e di sicurezza collettiva che giustifica anche la vostra presenza come membri di questo Consiglio”.

Forse sarà questo il dono più grande che i Paesi del Sud del mondo offriranno a tutta l'umanità: una concezione nuova di relazioni internazionali che non vuole essere soltanto legata all'egoismo della condivisione dei beni e delle risorse o alla paura che mi fa vedere nell'altro sempre una minaccia. Un'idea di relazioni internazionali che parta dall'elemento Ubuntu dell'antropologia africana – "io sono perché noi siamo" – ahimè già quasi scomparso anche in Africa. Però la solidarietà della ministra congolese per le vittime ruandesi può essere un segno che non tutto sia perduto:

“Noi, la Repubblica Democratica del Congo, riconosciamo anche le perdite di vite umane tra i soldati rwandesi caduti durante gli scontri. (…) Questa posizione ha un costo per le famiglie delle centinaia di soldati rwandesi caduti in questa guerra insensata. Anche se il loro stesso paese si rifiuta di riconoscerli, di rendergli omaggio o di concedere alle loro famiglie il diritto di piangere le loro perdite, noi, la Repubblica Democratica del Congo, sappiamo quanto la guerra superi tutte le frontiere. Riconosciamo che la follia in cui Kigali ci ha trascinato fa vittime ovunque”.

Sappiamo di aver bisogno gli uni degli altri, anche da un punto di vista strettamente utilitaristico. I nostri telefonini e gli altri nostri gadget elettronici hanno bisogno del coltan congolese; sappiamo anche quanto del futuro del pianeta dipenda dalla vita delle foreste del Congo. Sarebbe fondamentale imparare a gestire queste risorse in modo equo, affinché i congolesi, che abitano queste terre, siano i primi beneficiari dei frutti di tale ricchezza. È tragico, però, che questo bisogno di risorse sia il motore di conflitti devastanti che mietono vite umane nella regione dei Grandi Laghi, così come il problema del gas, necessario per offrire calore e conforto, sta condannando a morte per il freddo bambini palestinesi e ucraini.

Il concetto di pace in Congo, come in gran parte del mondo, non è legato all’idea di patto o alleanza, come nella tradizione latino-romana della pax, spesso intesa come imposizione di un ordine. L'Africa sa bene che la pace non è solo l’assenza di conflitto e che non sarà garantita da un semplice accordo tra Kigali e Kinshasa. La pace non è assenza di guerra: è il contesto in cui l’uomo può realizzarsi pienamente come persona, in cui giustizia, verità, libertà e carità convivono e si alimentano reciprocamente. La guerra, invece, nasce dove non c’è pace, dove i bisogni essenziali vengono a mancare, dove la speranza svanisce e la paura genera violenza. Questa pace sarà il frutto di uno sforzo comune, altrimenti non potrà mai essere piena per nessuno.

“(…) è qui che il mondo deve affrontare le sue sfide”: Concludo con questa idea espressa nel discorso della ministra per dire che, pur riconoscendo le grandi difficoltà operative dei principali organismi internazionali (come l’ONU, il suo Consiglio di Sicurezza e l’Unione Africana), questi rimangono spazi cruciali di dibattito, luoghi in cui la voce di un paese in difficoltà reclama una risposta, e sarebbe ancora peggio senza di loro. In questi ultimi conflitti stiamo assistendo alla crescente contrapposizione tra gli interessi di alcuni governi, le loro decisioni politiche e le azioni, le parole e le misure adottate da alcuni organi internazionali come il Segretariato Generale delle Nazioni Unite e la Corte Penale Internazionale. Questi, insieme a Papa Francesco, sono state le voci internazionali più forti a difendere i civili palestinesi e a chiedere il rispetto del Diritto Internazionale Umanitario. L’auspicio della ministra è, infatti, quello di tutta l’umanità che vive sotto la violenza della guerra: “che questa Assemblea sia il baluardo della giustizia e della dignità umana”.

* Articolo pubblicato per gentile concessione della Direzione Generale dei Missionari Saveriani

Adriano Cunha Lima