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Missione dietro le sbarre

08 Luglio 2022
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È quella di suor Paola Vizzotto, missionaria dell’Immacolata che da oltre 45 anni - prima in Camerun e poi in Italia - si dedica agli “invisibili” rinchiusi in carcere, con un occhio di riguardo per le donne e per i più vulnerabili.

 

Una vita dietro le sbarre. Per scelta. E per creare spazi di libertà e di umanità anche nelle situazioni più alienanti del carcere. È l’esperienza decennale di una missionaria dell’Immacolata, suor Paola Vizzotto che, prima in Camerun e ora in Italia, continua a portare avanti la sua particolarissima missione tra i carcerati.

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paolavizzotto3Nella prigione di Yaoundé, la chiamavano la "soeur des bandits", la suora dei delinquenti. Ma lei vedeva innanzitutto delle persone... Uomini, donne e, purtroppo, anche molti minorenni che avevano commesso dei reati, certo, ma che avevano diritto a un trattamento umano. Molto spesso, invece, venivano trattati come rifiuti, peggio, come "bestie". Molti passavano periodi lunghissimi in detenzione preventiva, non potendosi permettere un avvocato; a volte anche tanti innocenti. Per non parlare delle donne e dei bambini che spesso subivano violenze e abusi.

«La prima volta che sono entrata in una prigione africana è stato ad Ambam, nel Sud del Paese, più di 45 anni fa!», ricorda la religiosa che oggi ha 82 anni pieni di energia e voglia di combattere. «Era un luogo estremamente rudimentale, poco più di una tettoia di paglia con molti prigionieri abbandonati a loro stessi. Mai mi sarei immaginata di sentirlo come un luogo mio. Invece ho continuato ad andarci, a far visita ai detenuti, a seguirli quando avevano bisogno di cure».

paolavizzotto2Ha continuato a farlo anche a Yaoundé, in capitale, dopo una parentesi in Italia: «Sentivo il bisogno della missione e ho chiesto di ripartire. A Yaoundé, la situazione del penitenziario di Nkondengui era drammatica: uomini, donne, bambini tutti mischiati; condannati a morte con pesanti catene; torture e punizioni corporali; condizioni igienico-sanitarie pessime. E poi moltissima corruzione e un sistema giudiziario disastrato. Quando sono entrata per la prima volta ho sentito che qualcosa mi chiamava proprio lì dentro. E così, un po’ alla volta, ho finito per passare gran parte del mio tempo in prigione».

Già a quel tempo, del resto - siamo alla metà degli anni Novanta - c’era un’équipe internazionale di missionari che lavorava dentro e fuori dal carcere, tra cui padre Maurizio Bezzi del Pime con cui suor Paola ha portato avanti tante battaglie. Una, importantissima, è stata quella per separare donne e minori dagli uomini, perché non subissero abusi. «Grazie al direttore del carcere - ricorda suor Paola - sono riuscita a creare un ambiente più degno e rispettoso, con una corte riservata solo a donne e bambini e con sorveglianti che non fossero unicamente uomini».

I risultati del suo impegno e di quello di altri missionari e volontari sono stati presto evidenti, anche il carcere però restava un luogo di degrado, abbandono e sofferenza.

«Ricordo alcuni ragazzini che non avevano nessuno che si occupasse di loro. Era come se non esistessero! Per non parlare dei condannati a morte le cui condizioni erano particolarmente dure e umilianti. Eravamo riusciti a far togliere loro le catene. Poi, però, per legge, hanno dovuto rimettergliele. Quel giorno, i prigionieri sono usciti nel cortile centrale, cantando “Alleluja. Voi ci mettete le catene, ma Dio ci ha liberato”. È stata un’esperienza fortissima, indimenticabile». Un’esperienza in cui la fede è sempre stata centrale anche se non necessariamente esplicita, vista la presenza anche di molti musulmani, di cristiani di altre confessioni e di seguaci delle religioni tradizionali. «Noi missionari non facevamo annuncio o catechesi, ma qualcosa del senso profondo del nostro essere lì passava comunque».

paolavizzotto5Quando viene richiamata in Italia, suor Paola continua a sentire forte l’”attrazione” per il carcere. E così, mentre svolge un grande lavoro di animazione missionaria, chiede alle sue superiori di potervi tornare: «Mi mancava il carcere, lo ammetto!». Detto, fatto! Sono ormai 16 anni che visita regolarmente la sezione femminile di Rebibbia, con varie limitazioni nel periodo della pandemia. «Mi colpiscono in particolare le situazioni di molte donne rom, che spesso sono trattate male sia dai loro mariti, sia in carcere e talvolta pure in tribunale. Molte sono analfabete e vengono costrette ad andare a rubare. Non sempre è facile relazionarsi con loro, ma se le rispetti, se gli vuoi bene, si creano davvero dei rapporti molto forti».

Tra le africane, molte sono nigeriane, vittime di tratta e costrette a prostituirsi, ma talvolta anche complici di traffico di droga. «Arrivano in prigione distrutte nel corpo, nell’anima, nello spirito. A volte non hanno più contatti con nessuno, non sanno più niente dei loro figli. Quando acquistano un po’ di fiducia e si sciolgono, ti raccontano storie sconvolgenti». Che lei è sempre pronta ad accogliere.

 

Per approfondire, leggi l'articolo su Mondo e Missione

Anna Pozzi

Giornalista di Mondo e Missione e saggista.