Un Festival per incontrare le mille vite della missione
Intervista a don Giuseppe Pizzoli presidente del Comitato Festival della Missione
«Il Festival ha come prima motivazione quella di dare l’opportunità al grande pubblico di conoscere l’impegno missionario della Chiesa italiana nel mondo. È importante che l’attività dei missionari sia conosciuta dalla gente: l’appuntamento a Milano per ottobre 2022 è una occasione per incontrarsi e conoscere quello che succede nel resto del mondo. Ma anche per capire come l’attività dei nostri missionari è importante per la vita delle popolazioni tra cui vivono. In un certo senso in questa occasione è la Chiesa italiana che si fa conoscere, che si racconta nel suo impegno di contribuire alla missione universale della Chiesa e di portare il Vangelo fino agli estremi confini della terra». Così don Giuseppe Pizzoli, direttore di Missio spiega l’impegno della Fondazione in questo importante evento di cui è presidente.
Come organismo pastorale della Cei, Missio è stata creata nel 2005 per armonizzare il lavoro di tutti coloro che sono impegnati nell’ambito della missione in Italia, a partire dalle Pontificie Opere missionarie, una istituzione della Chiesa universale per sostenere le giovani Chiese; e dall’Ufficio Cei per la cooperazione tra le Chiese che si occupa dei rapporti con i Centri Missionari diocesani, della gestione delle convenzioni per i sacerdoti diocesani e i laici inviati all’estero e per i preti non italiani che vengono in Italia per servizio pastorale o per motivi di studio.
«La missione ha tanti aspetti di cui parlare, tante sfaccettature e originalità - spiega don Pizzoli -. Certamente l’impianto e gli eventi del Festival per come sono stati programmati, non sono destinati ad un pubblico di addetti ai lavori, altrimenti si sarebbe pensato di organizzare un congresso. Invece nei giorni del Festival ci saranno momenti di testimonianza con collegamenti dall’estero, incontri, concerti, testimonianze ed eventi rappresentativi di culture di altri Paesi del mondo che aiuteranno ad aprire lo sguardo dei partecipanti – di tutte le età - a 360 gradi. La missione, come introduce lo slogan “Vivere per dono” che ispira tutto il percorso del Festival, è la gratuità del Vangelo che ci fa sentire “fratelli tutti”, come dice Papa Francesco. Un dono grande nel nome della Buona Novella che abbiamo ricevuto come cristiani e che vogliamo condividere con la famiglia umana».
In questo senso la Chiesa italiana ha una grande tradizione, sottolinea don Pizzoli «non solo per quanto riguarda gli Istituti religiosi ma anche per i missionari laici e i sacerdoti diocesani. Una tradizione poco conosciuta in un momento storico come quello che stiamo vivendo, in cui l’informazione in generale non va al di là del nostro piccolo orizzonte. Le realtà dei Paesi del Sud del mondo suscitano in genere scarso o nullo interesse sia da parte dei grandi mezzi di informazione che nella gente. Il nostro sguardo diventa sempre più ristretto, siamo sempre più autoreferenziali e ripiegati su noi stessi, ci preoccupiamo molto del nostro piccolo mondo e non ci rendiamo conto di quello che succede nel resto del pianeta. I missionari invece hanno tante cose da raccontarci e il loro contributo è proprio quello di allargare gli orizzonti del nostro sguardo e ricordarci che siamo “tutti sulla stessa barca”».
Ma ci rendiamo conto di quanta altra gente c’è sulla barca in cui noi ci troviamo, oltre la nostra piccola cerchia? «Ce lo diranno le testimonianze dei missionari immersi in situazioni che spesso non immaginiamo nemmeno che esistano. Perché a livello popolare maturi la coscienza che anche quello che accade negli angoli più remoti del mondo – dalla Papua Nuova Guinea all’ Ecuador, dal Myanmar alla Guinea Bissau - può avere conseguenze sul nostro modo di vivere. In questo senso la pandemia è stata una grande lezione per tutto il mondo, anche se fatichiamo ad accettarlo. In questo momento portare in mezzo alla gente questa visione ampia, universale, credo sia particolarmente importante. Una spinta che ci aiuta a crescere come umanità. Per questo consideriamo il Festival come un momento straordinario di semina che col tempo darà buoni frutti. Mostrare la quotidianità del lavoro di rete fatto da associazioni, istituzioni e congregazioni missionarie, permetterà a molti di conoscere da vicino la quotidianità in cui silenziosamente, giorno dopo giorno i missionari e le missionarie annunciano il Vangelo ad gentes».







